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DEVIAZIONE (1) IL BIVIO

 Era l’ora dell’orizzonte che si faceva culla, luce che declinava in un sole assonnato e sognante, come una sfera di fuoco che da cerchio abbacinante perfetto tramutava in sgonfia sagoma di pallone bucato.

Avanzava con passo regolare nonostante il terreno sconnesso e si stupiva, sorpreso dal suo stupore, di quella visone d’astro morente.

Quel giorno era un giorno qualsiasi e quel pomeriggio, in egual misura, era il solito granello di sabbia che cadeva accorciando la sua vita, precipitando dall’alto del tempo da vivere al basso di quello vissuto, in una clessidra implacabile come la forza di gravità che lo schiacciava alle cose terrene.  

Nulla faceva presagire quel camminare ostinato e al contempo leggero, che lo conduceva fuori da tutto ciò che era terreno artificiale di cemento e plastiche e strade partorite da macchine roboanti, nauseabonde come l’odore della tristezza che emanava dalla sua epidermide sfiorita. Dure lingue d’asfalto calpestate per anni senza un senso se non il dovere, quello sì veramente immarcescibile, iniettato a colpi di paura e sgomento nella ginnastica quotidiana del disincanto.

Niente poteva fermare quella deviazione presa dai piedi che in quel crepuscolo sembravano avere un proprio cervello, staccato dal suo, dormiente nella testa, immerso in un liquido d’oblio e fasciato come stretto da bende di contenzione.

Così avanzava guardandosi i piedi non più illuminati dalla luce solare, immergendosi nella sera, tagliando il buio con movimento lineare, infilzando il freddo dell’aria col caldo del corpo, rompendo col solo rumore dei passi il silenzio che iniziava a calare sul tramestio quotidiano dell’alacre massa.

Deviava e come un deviato sarebbe stato giudicato dai tribunali della doverosa vita, e le aule austere, fredde come cattedrali, colme di operosi, razionali, instancabili percorritori delle vie battute lastricate di cadaveri di sogni, affollati d’infaticabili marciatori dei sentieri necessari, quelli pieni di compensi e giocattoli e premi da cogliere ad ogni passo, tutti loro, devoti e timorati indossavano la toga sedendosi sul banco del giudizio.    

Ma il cervello nei piedi non temeva il giudizio, mentre quello nel cranio assolto per incapacità d’intendere e volere non connetteva, e così albergava in lui solo l’istinto di deviare da quella strada, la solita fatta infinite volte che lo riportava dal lavoro alla sua modesta dimora.

I passi continuavano e al solito bivio, prima di quel giorno insignificante e dall’esito scontato, sentiva un moto di liberazione che lo spingeva ad andare verso la campagna allontanandosi da casa.

Era arrivata la notte quando in quell’ultimo passo, e più precisamente piede destro sull’ultimo lembo di asfalto e sinistro proiettato in aria, il tempo rallentava fino quasi a fermarsi.

La scarpa sinistra ora affondava nella terra soffice, quella destra lanciava il corpo tra l’erba e i rovi e i suoni degli animali notturni.

Così aveva superato quel confine, segnato dall’ultimo lembo d’asfalto, deviando per sempre dal prevedibile corso della sua vita.

Da qualche parte, dove passano i giorni, i guardiani del destino osservarono stupefatti la sua clessidra dal vetro rotto, alzarono lo sguardo e un granello di sabbia fluttuava libero nell’aria.

Un giorno che doveva essere uguale a tutti gli altri giorni era sfuggito al controllo e ora il suo futuro era cambiato per sempre.



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